Dott. Franco Caputi Neurochirurgo Roma

Osteoporosi e cemento vertebrale

La signora D.A. raccontava che con l’età (76 anni) vengono tutti i malanni, ed intanto si trascinava aggrappandosi all’amorevole braccio della figlia.

Poi, curva e dolente, girava lo sguardo verso il treppiede che usava come bastone ed aggiungeva con malizia “gli uomini si giravano a guardare le mie gambe!”.

In termini più crudi la signora era venuta per un mal di schiena che da qualche settimana era diventato più insistente accompagnandosi a dolore lungo la coscia, verso il ginocchio. La risonanza magnetica mostrava una frattura osteoporotica di L1 ed una protrusione discale ad L3-L4. L’elettromiografia rivelava la sofferenza della radice di L4 (il “nervo” diretto al ginocchio).

Le medicine risultavano inefficaci e l’opinione dei medici consultati rientrava fondamentalmente in due categorie: scetticismo verso qualsiasi trattamento aggressivo e propensione per la riabilitazione e sull’altro versante rinforzo vertebrale “chirurgico” seguito da riabilitazione. La risonanza magnetica qui presentata dimostra la frattura “a pizza ” di L1 e la protrusione discale.

La voce della signora interruppe ancora lo sguardo del medico chino sulla scrivania: “allora lo mettiamo un pò di cemento ?”. Il suo tono rude ma determinanto condusse il discorso verso le possibilità chirurgiche ed i rischi che esse comportavano. Sarebbe stato logico pensare di rinforzare il corpo vertebrale di L1 con del “cemento” (vertebroplastica o cifoplastica) ed intervenire sul disco protruso per via percutanea.

L’alternativa più aggresiva contemplava una laminectomia e “cementificazione” della vertebra “crollata”. Una terza alternativa contemplava la sola cementificazione della vertebra osteoporotica crollata e la successiva terapia medica per l’eventuale persistenza del dolore al ginocchio.
I rischi erano quelli generici di un intervento chirurgico in una persona di età avanzata (ematoma, infezioni, danno nervoso etc.) più marcati nel caso di un intervento a “cielo aperto” (col taglio e l’apertura dei tessuti), un pò meno nell’intervento percutaneo (senza taglio ed apertura dei tessuti).

Si decise per la vertebroblastica e la coblazione percutanea. Fu spiegato che la vertebroplastica consiste di una iniezione di “cemento” (metacrilato o similari) nel corpo vertebrale fratturato per via dell’indebolimento osteoporotico. Il pericolo principale consisteva nella diffusione del cemento verso i vasi sanguigni e verso i tessuti nervosi.

La coblazione avrebbe “sgonfiato” il disco riducendone la pressione sulla radice nervosa irritata. Le foto in sequenza sul margine destro mostrano la signora nella sala operatoria durante l’intervento percutaneo, la posizione dell’ago nella vertebra, l’iniezione del cemento. L’immagine di chiusura in fondo a sinistra mostra l’ago per la coblazione a livello di L3-L4.

All’ultimo controllo dopo nove mesi la signora non aveva dolore ed aveva recuperato gran parte della sua autonomia.

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